√ Jeff Buckley, da “Hallelujah” al libro L’impressione di essere eterno | News

Esce oggi, 7 novembre, “Jeff Buckley. L’impressione di essere eterno”. Il volume – pubblicato da Chinaski Edizioni e curato da Federico Traversa, Marco Porsia e Francesca D’ancona – raccoglie le tante interviste, rilasciate da Jeff Buckley durante la sua vita, più diversi materiali sul grande artista scomparso, tra cui una discografia completa, contributi scritti di Omar Pedrini e Giulio Casale (Estra) e  scatti inediti di Jeff realizzati dal fotografo Hans van den Boogard. Molte interviste sono inedite, come quella realizzata dall’italiana Luisa Cotardo che non è stata mai pubblicata, o come quella di Steve Berkowitz, l’AR della Columbia Records che scoprì e mise sotto contratto Jeff Buckley.

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo questa intervista realizzata per MTV, il 10 gennaio del ’95, nelle settimane della pubblicazione di “Grace”: Jeff si racconta senza filtri e – tra le altre cose – racconta la sua passione per i Led Zeppelin e la storia della sua cover di “Hallelujah” diventata poi leggendaria.

 

 

Davanti ai microfoni di MTV, Jeff parla profusamente del rapporto con i suoi compagni di band – Mick Grondhal, Michael Tighe e Matt Johnson – con cui ha trovato la giusta alchimia per comporre. Di spessore sono anche le parole spese per il produttore Andy Wallace. Si irrigidisce solo quando deve esprimersi circa l’odiata carta stampata e la necessità di realizzare video promozionali dei propri brani; situazione a cui si sta adeguando ma che non condivide fino in fondo.

Puoi parlarci un po’ di tuo padre, e di tua madre, che era una pianista, e…

Sì, in pratica sono stato cresciuto da mia madre. Io, il mio fratellino e lei. Sono stato cresciuto dal ramo materno della famiglia e c’era sempre musica. Mia nonna aveva una vecchia chitarra acustica nell’armadio. L’ho ritrovata e ho deciso di prendermela. È così che ho iniziato a suonare, con ottimi esiti, fino a quando a 13 anni non ho ricevuto la mia prima chitarra elettrica. Chitarra elettrica… si sa come va a finire. Quando una chitarra elettrica arriva nelle mani di un ragazzino… tutto quel potenziale lo può mandare fuori di testa per sempre. Ed è andata proprio così.

È allora che hai iniziato a comporre le tue prime canzoni, a 13 anni?

A 14.

Suonavi con delle band, da ragazzino?

Sempre.

Alle superiori?

Sempre. Non so come, a dire il vero: ci spostavamo sempre, quindi ogni volta dovevo ricominciare da capo. Anche se le cose andavano bene dovevo lasciarmele alle spalle.

E poi ti sei trasferito a Hollywood?

Ho lasciato che mia mamma andasse avanti senza di me quando avevo circa 17 anni, e sono rimasto dov’ero per finire le superiori e poi sono andato a Los Angeles. Vivevo a Hollywood.

E suonavi in diverse band all’epoca? È allora che hai iniziato a…

No, mi arrabattavo un po’ in giro. Collaboravo a diversi progetti solo per restare a galla. Piccole sessioni di registrazione domestica per gli amici, cose del genere. Quando ho conosciuto Mickey si è formata la prima vera buona band di cui abbia mai fatto parte.

È davvero la prima, sei rimasto solista per molto tempo…

Rimanevo solista solo nell’attesa che entrasse nella mia vita una persona come Mickey. Ho trovato Matt. E ho sempre conosciuto Michael, il chitarrista. Ci siamo riuniti tutti tipo tre settimane prima di cominciare a registrare “Grace”.

Quindi anche prima di registrare il disco speravi che prima o poi…

Lo sapevo, quando facevo i concerti da solista sapevo benissimo di volere una band, ma non volevo ingaggiare musicisti a caso, non volevo una soluzione provvisoria, capisci? Ne avevo passate abbastanza. Volevo una soluzione definitiva, un progetto vero nella mia vita. Sapevo che Mickey era quello giusto, eravamo perfetti dalla prima sera che abbiamo suonato insieme. Erano circa le due del mattino, dovevamo suonare a volume bassissimo, e lui riusciva ad essere al tempo stesso melodico e forte. L’ho saputo da subito. E quando Matty, il batterista, quando io, Mick e Matt ci siamo trovati insieme, la primissima notte abbiamo tirato fuori la musica di “Dream Brother”. Tutto quello che io e Mickey suonavamo lo passavamo a Matty, e lui ci aiutava a trovare l’arrangiamento. Voglio dire, se trovi una qualità del genere in un batterista, sei a posto. E a parte questo, è pure bellissimo.

Uhm, e come si è aggiunto alla produzione Andy Wallace?

Non ne sono sicuro, l’ho semplicemente incontrato un giorno negli uffici della casa discografica e abbiamo iniziato a parlare di un disco Hillbilly di cui mi ero appassionato, stavo suonando Sun Ra. E stavo dicendo che mi sarebbe piaciuto fare le cose vecchio stile. Sai no, tutta la band in una stanza, qualche microfono, niente sovraincisioni. Non è andata così alla fine, perché non eravamo abbastanza forti. Non eravamo forti come band quanto lo siamo ora. E abbiamo dovuto procedere diversamente. Ma a lui l’idea piaceva molto. Avrebbe fatto sia da produttore che da fonico che il mix. Un gruppo di lavoro molto compatto, unito. È stato fantastico.

Conoscevi i progetti a cui aveva lavorato in precedenza?

Oh certo, sì.

E che contributo pensi che abbia apportato al disco, diciamo in relazione al lavoro che avrebbe potuto fare qualcun altro?

Andy Wallace ci ha aiutati a mettere a fuoco il progetto. E ogni volta che non riuscivo a indicare una direzione a Matty perché non ero dell’umore, lui si rivolgeva ad Andy. Ogni produttore ha una sua identità, una sua visione. Incarna lui stesso la visione del progetto: è stato molto attento a capire cosa avevo in mente. In pratica molte delle idee dell’album sono mie, ma il suo contributo è stato prezioso per tenermi ancorato al progetto, ha fatto in modo che ci ritrovassimo tutti spesso a pensare o a parlare di come volevamo fare qualcosa. Ed è già metà del lavoro.

Cosa ne pensi dei commenti entusiasti che avete ricevuto? Anche la critica vi vede di buon occhio, vi…

È come una fiera ambulante. Vediamo che succederà l’anno prossimo. Ma sono felice, sai, mi fa molto piacere. Anche se, non so. I complimenti della critica non sono qualcosa che… che… uhm… non puoi misurare il tuo valore sulla base dell’opinione dei critici. Hanno una fruizione molto diversa della musica, rispetto alle persone normali. Tengono pile e pile di CD sulla scrivania per recensirli. E per cercare di individuare qualcuno che secondo loro andrà bene, cose così. Ma con noi sono stati molto genuini. E ovviamente ci saranno persone che mi odiano a morte. Lo so benissimo. Ma non importa.

Quando suoni ti senti sotto pressione, all’idea di dover soddisfare le aspettative della gente derivate dalle critiche positive?

No. No. Quando la gente ci sente suonare dal vivo si rende conto che siamo autentici, sul palco. È immediato. Se non ho molte energie, passerò la mia stanchezza alla band e faremo un concerto “a basso regime”. Se invece siamo molto attivi, il concerto sarà concitato. Beh, sai, la musica è così. Cambia ogni volta. Non puoi aspettarti che… non puoi sperare di imporre una struttura fissa. Se rispetti la sua volontà, lei in un certo modo rispetterà la tua. È uno scambio.

Come descriveresti la tua musica? Io penso sia ricca d’emozione…

È semplicemente musica. Sono il classico ragazzo bianco del rock. Un grande mix in cui infiliamo la roba che amiamo.

I Led Zeppelin sono stati una fonte d’ispirazione per…

Un sacco di cose sono state una fonte d’ispirazione. I critici hanno subito individuato gli Zeppelin, ma quando avevo cinque anni non facevo altro che ascoltare “Zeppelin II”. A quanto pare, secondo Spin, non rientrano nella musica alternativa, ma non mi trovo d’accordo. Però ci sono anche altri, altre cose che ci sono capitate. Ci piacciono tutti i generi di gruppi. Tutte le esperienze musicali possibili. Non solo il rock da chitarra, capisci? Che siano i Birthday Party o che sia Esquivel. A noi piace tutto.

Che mi dici di Leonard Cohen?

Fantastico. Ma il motivo per cui ho fatto una cover di “Hallelujah” è la canzone stessa, non il fatto che sia di Leonard. Non posso comunque fare a meno di provare una grande ammirazione per lui, e penso che valga per tutti. È straordinario.

Sai mica se ha avuto modo di ascoltare la tua versione?

Spero che non la sentirà mai.

Perché?

Perché, uhm, non saprei. A me fa un po’ l’effetto di una canzone cantata da un ragazzino. Ne ho anche una versione della notte in cui abbiamo registrato “So Real”, ero talmente esausto che mi sono dimenticato che stavamo registrando, in quella ho una voce più adulta. Penso… non saprei. Ogni volta che facciamo quel brano gli esiti sono diversi. Ma spero di rendergli giustizia. Perché la cosa bella delle canzoni di Leonard è che possono percorrere strade molto diverse, e abitare luoghi diversi. A dire il vero, è la cosa bella di ogni canzone. Le canzoni migliori hanno le gambe forti, e si adattano in ogni circostanza.

Ho notato che non hai inserito i testi nel CD. Non ti piace parlare del significato delle canzoni?

Esatto, perché l’esperienza della canzone è più forte se fruita in modo indipendente, attraverso l’esperienza diretta. Se riesci a trarre da solo un’interpretazione del testo, l’impatto è molto maggiore. E aggiungo anche che, a mio giudizio, sulla carta non sono niente di speciale.

Che ne pensi della realizzazione dei video musicali?

I video musicali… sono una cosa nuova, che desta tante preoccupazioni. Non saprei… Non è male. È il giro in cui finisce… Sai, fai un video, lo mandi in onda su un canale, è un po’ come se fosse uno spot. Non mi è mai capitato di innamorarmi di un brano grazie a un video musicale. È più… uno strumento promozionale. Per capirci: qui c’è Eddie Vedder, qui c’è il dentifricio, qui c’è la crema per i brufoli, qui ci sono i Nirvana e qui gli Weezer. Cioè, a volte può essere divertente, ma è un tunnel senza uscita. Molto meglio il concerto. Molto meglio l’album. I mezzi visivi però possono essere divertenti.

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