“Co.Ro. – Voci Comiche Romane” al WEGIL

Debutterà in questa settimana Co.Ro. – Voci Comiche Romane, festival ideato e diretto da Edoardo Ferrario e Cecilia Attanasio che porta in scena i protagonisti della nuova comicità romana. Il nome evoca la dimensione corale dell’evento, che, all’interno del WEGIL (Largo Ascianghi, 5 a Trastevere), riunirà alcuni fra i migliori comici legati a Roma emersi negli ultimi anni.

In cartellone quattro spettacoli live: venerdì 15 Luca Ravenna, sabato 16 Valerio Lundini, venerdì 22 febbraio Francesco De Carlo e sabato 1 marzo Saverio Raimondo. Gli spettacoli inizieranno alle 21 per essere seguiti, attorno alle 22.30, da un Post Show con Edoardo Ferrario, l’artista della serata e alcuni ospiti speciali (già annunciati Luigi Capua dei The Pills per venerdì 15 e Lo Sgargabonzi per sabato 16). Nei prossimi giorni seguiremo i differenti eventi con interviste ad hoc ai vari protagonisti.

Edoardo Ferrario

Iniziamo con Edoardo Ferrario, uno degli ispiratori della manifestazione, Premio Satira a Forte dei Marmi nel 2015, già noto per le sue collaborazioni e apparizioni televisive (da Serena Dandini alla Gialappa’s Band), soprattutto per la  webserie Esami. Con lui iniziamo una serie di interviste che vertono su un genere teatrale di crescente diffusione nel nostro Paese, dalla gloriosa tradizione anglofona, riguardo al quale è interessante fare chiarezza: la stand up comedy.

Come descriveresti la stand up comedy?
“La stand up comedy è un genere di rappresentazione teatrale in cui un comico racconta in un monologo le sue esperienze e il suo punto di vista sul mondo. L’approccio col pubblico è colloquiale, non esiste la quarta parete, l’improvvisazione è incoraggiata. Il pubblico non sa cosa racconterà la persona sul palco. L’unica cosa che conta davvero è che quel racconto faccia ridere”.

Qual è per te la differenza con la comicità tradizionale?
“Dipende cosa si intende per comicità tradizionale. Rispetto alla commedia teatrale classica, la stand up comedy si distingue per la sua essenzialità: non ci sono trucchi né costumi né scenografie, il comico è da solo sul palco con il suo monologo. Rispetto al cabaret che per tanti anni abbiamo visto in televisione, la differenza è nel linguaggio: il comico parla di ciò che più lo diverte, senza ambire all’approvazione del pubblico della generalista. Per questo lo spettro dei temi trattati è ovviamente più vasto, e in effetti nella stand up comedy rientrano gli stili più disparati: dalla satira politica alla denuncia sociale fino all’observational comedy più immediata. Anche i quattro comici che si esibiranno durante le serate di Co.Ro. hanno stili molto diversi. In ogni caso, non credo assolutamente nelle supposte differenze qualitative fra il cabaret e la stand up comedy. È esistito e continuerà ad esistere dell’ottimo cabaret. Ma la lingua e le forme artistiche sono in continua evoluzione: la stand up comedy, con la sua grammatica e le sue forme, è il genere di comicità più diffuso in questo momento storico. E questo genere, per fortuna, piace molto”.

A quali precedenti ti ispiri?
“Come molti altri ho scoperto la stand up comedy su internet, guardando i monologhi di George Carlin e Bill Hicks sottotitolati in italiano. Ma è stato il comico inglese Eddie Izzard a folgorarmi: con lui ho scoperto che non bisognava necessariamente usare il linguaggio caustico e politico dei primi, ma si poteva parlare di qualsiasi cosa, anche degli apicoltori, bastava avere uno stile originale. Dopo di lui mi sono appassionato a Louis C.K., Bill Burr, Aziz Ansari. Nonostante il linguaggio dei miei monologhi sia quello della stand up, una buona parte del mio stile è fortemente influenzato dalla tradizione italiana: Carlo Verdone e Corrado Guzzanti sono da sempre i miei comici preferiti. Amo la loro costruzione iperrealista del personaggio, e i personaggi sono parte integrante dei miei monologhi. Solo che non ho costumi né trucchi. La cosa nacque come necessità (nei miei primi spettacoli non potevo permettermeli), poi questa essenzialità è diventata il linguaggio col quale mi trovo più a mio agio sul palco”.

Qual è la ricezione del pubblico italiano?
“La ricezione è entusiasta, ma non c’è da stupirsi: il pubblico ama ciò che fa ridere. Se dieci anni fa aveva più familiarità con il cabaret televisivo, oggi ride di gusto al monologo di uno stand up comedian. Il ricambio generazionale ha avuto un ruolo importante: i monologhi di alcuni comici internazionali sono diventati pezzi di culto, iniziano ad apparire come meme nelle pagine facebook create dagli studenti universitari. Ciò che manca ancora alla stand up comedy sono i grandi numeri (di pubblico e di cachet) che l’esposizione televisiva aveva fornito al cabaret. Credo che la stand up comedy difficilmente prenderà mai piede nella tv italiana, almeno finché la tv italiana non cercherà di rivolgersi ad un nuovo pubblico in maniera sensata. Al suo posto, internet e i vari servizi di streaming stanno diffondendo il fenomeno con grande efficacia. È solo questione di tempo. Io stesso mi sono fatto conoscere al grande pubblico grazie a Esami, la serie che ho pubblicato su Youtube ai tempi dell’università, poi nel corso degli anni ho avuto la fortuna di portare il mio spettacolo in tour in alcuni dei più importanti teatri italiani (Brancaccio a Roma, Parenti a Milano, Puccini a Firenze). Il pubblico che mi ha conosciuto su internet ha iniziato a seguirmi sempre più numeroso a teatro, dove ha apprezzato i miei monologhi di stand up. Questa per me è la soddisfazione più grande”.

Come definiresti il tuo stile e il tuo approccio?
“Nei miei primi spettacoli parlavo sempre degli altri. Il mio spirito di osservazione era fortissimo, e il pubblico rideva dei miei monologhi, riconoscendo i personaggi che descrivevo. Oggi mi sento cresciuto e ho capito che la cosa che più mi diverte è parlare di me stesso, portando il pubblico a immedesimarsi nella mie curiosità e debolezze. La cosa più importante per un comico è trovare la propria voce”.

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