Giorgio Canali: “Ecco le mie 11 canzoni di merda… “

Giorgio Canali non è certo un nome che ha bisogno di presentazioni: è uno di quei pezzi di storia della musica italiana che sono sempre lì, a ricordarti da dove siamo venuti, dove siamo e dove possiamo o rischiamo di andare. Uno che il passato non lo dimentica ma non ne è torturato; che il presente lo scrive e lo denuncia su spartito, chitarra e testi; che il futuro, nonostante decine di anni di musica alle spalle, si preoccupa ancora di plasmarlo. La sua inesauribile energia creativa è confluita ancora una volta in un disco: Undici canzoni di merda con la pioggia dentro, uscito il 5 ottobre per La Tempesta.

© Nicola Montanari

Quindi, dopotutto, a differenza di quello che cantavi in Rojo, c’è ancora bisogno di Canzoni di merda con la pioggia dentro
“Eh sì! Più che altro, io non cito nessuno, e quindi mi autocito (ride). Questa era un’idea che avevo in testa già da qualche anno, da prima ancora che questo lavoro prendesse forma, già mi ero detto ‘Il prossimo album che faccio si chiamerà Canzoni di merda con la pioggia dentro, ho deciso’, e così è stato”.

La pioggia infatti è presente in ogni testo, come un fil rouge che collega tutto il disco.
“Beh sì, quando ho deciso di partire con questa idea sono voluto andare fino in fondo, non faccio cose a metà. E quindi la pioggia doveva essere sempre presente, non tanto nella musica quanto nel testo, perché per me il testo è centrale, è troppo importante. E poi rifletteva quello che io in questo momento mi sento questo: mi sentivo la pioggia dentro, che bagna tutto, che lava tutto”.

Questo disco arriva a sette anni dall’ultimo di inediti… Perché ci hai fatto aspettare così tanto?
“Perché non sapevo più cosa raccontare. Seriamente. Credevo di essere arrivato a un punto in cui non potevo dare di più di quello che avevo già scritto e suonato. Uscire con un disco così, tanto perché devi farlo non è nelle mie corde Invece alla fine sono riuscito ad andare ancora oltre, soprattutto a livello della parola. La musica è importante, è chiaro, però le novità, le cose più interessanti vanno dette con le parole. Di melodie orecchiabili se ne possono fare continuamente, ma è andare oltre a livello di testi quello che mi interessa. E ci sono riuscito. Non avrei mai pensato di riuscire a fare un album come questo. Non l’ho mai detto nella mia vita, ma per me questo è il mio album più riuscito. È una consapevolezza”.

La copertina dell’album

Tu e pochi altri siete il simbolo di una musica che quasi non esiste quasi più. Una musica politica, un rock impegnato. Ti senti solo? Perché secondo te non si parla più tanto di certe tematiche?
“Più che altro, a me sembra impossibile non farlo, scrivere canzoni senza affrontare quello che uno ha attorno e senza parlare della situazione in cui si sta vivendo. Poi è chiaro che in un momento in cui nel mondo del cantautorato contemporaneo si punta diventare il nuovo Antonello Venditti o Vasco Rossi, io non ci posso fare niente, si sta andando in un’altra direzione. A me interessa raccontare le cose per come le vedo io, e tante volte, a vedere la gente intorno a me, capisco di non essere capito A me non basta cantare, suonare, a me interessa raccontare le cose secondo il mio sguardo in un altro modo, vedere le cose di fronte a me e analizzarle, capire cosa funziona e cosa no, e dirlo. Al di là di fare qualcosa che possa vendere. Però fare questo tipo di canzoni non paga, quindi… Chi fa musica oggi vuole i soldi, alla gente piace avere visualizzazioni su Youtube”.

Tante, anzi tutte le tue canzoni hanno all’interno una forte critica sociale, politica, culturale…dove stiamo sbagliando in questo mondo contemporaneo?
“Stiamo sbagliando perché chi comanda, è una mia impressione, continua a sbagliare e a rimanere fermo lì. Dal secondo dopoguerra che va avanti così, da quel momento a oggi io non vedo molto cambiamento in chi ci governa, il mondo cambia ma loro no, la gente al potere fa di tutto per rimanere a galla chiudendo gli occhi di fronte ai veri problemi”.

I riferimenti che lanci nei testi sono molto chiari, a chi vuole intenderli…ad esempio con, Gente con 4g e un’ignoranza da medioevo hai in mente qualcuno in particolare?
“Mi riferisco alla gente che è sempre più connessa, più collegata e al passo con i tempi e poi non si rende conto di quello che succede nella vita di tutti i giorni, di quello che pensa la moglie, i figli, il cane, non gli interessa quello che succede veramente attorno… Sa tutto di tutti in tempo reale, ma non si accorge che nel tempo reale la sta prendendo nel culo!”.

© Nicola Montanari

L’Emilia paranoica dei CCCP è diventata nel tuo disco un’Emilia parallela, paracula, paralitica, farcita di fabbriche di plastica, di maiali insaccati da vivi e di gente che sempre mastica, di gente felice abituata a ingurgitare merda a denominazione controllata. La tua terra continua ti ha sempre un po’ deluso…
“Beh, io sono romagnolo, parigino d’adozione, sostanzialmente apolide. Non sento nessuna terra come la mia terra! Anche se questo album è proprio figlio dell’Emilia! Mi sono trasferito da poco a Correggio, a febbraio, ed è anche quello che mi ha dato un po’ una svolta, aria nuova che mi ha dato una spinta creativa. Una botta di vita, proprio (ride) Dopo vent’anni o quasi a Ferrara, da un buco del culo della provincia dove potevo finire se non in un altro buco del culo della provincia! Questa canzone poi è proprio figlia di Correggio, che è un grande centro di lavorazione della plastica. Tutti gli operai qui sono impiegati nelle fabbriche della plastica, e prendono anche dei bei stipendi, fare l’operaio conviene qua, sono tutti felici di essere nella plastica!”.

Oltre al tuo talento come musicista, il tuo essere produttore ha messo in piedi tanti progetti di successo e dato una possibilità a tanti giovani. Eppure sembra difficile riporre una grande fiducia nel futuro, anche dopo aver sentito il tuo disco!
“Io non ho investito nei giovani, ho sempre fatto le cose che mi piacevano e che pensavo e speravo potessero funzionare… Qualcuno è andato bene, qualcun altro – che a me piace tuttora – no, hanno appeso la chitarra al chiodo o fanno i dentisti, insomma”.

C’è una canzone che può racchiudere tutto il senso dell’album?
“Forse la prima che è venuta fuori, Estaate, che è quella che sento più mia, più personale. E anche l’ultima dell’album, Undici, che si chiama così non a caso, ma proprio perché è l’ultima, l’undicesima. Secondo me è la canzone perfetta: sia dal punto di vista del testo, che dello svolgimento, della ritmica, del contenuto, che è a metà tra il dentro e il fuori, molto molto disincantata e facile, se vogliamo. Ma non sarà certo neanche questa la canzone che mi farà fare i soldi (ride)”.

Quanto conta per te essere Giorgio Canali e Rossofuoco e non solo Giorgio Canali, anche se potresti benissimo permettertelo? Quanto è importante essere parte di un gruppo?
“Essere un gruppo più che un individuo mi sembra la cosa più normale da fare. Certo, vado in giro anche da solo, faccio concerti molto più intimi dove posso permettermi di fare una serie di ballate senza correre il rischio di fare addormentare quelli che suonano con me! Ma è bello essere Rossofuoco, essere in tanti – anche se non tantissimi – e risucire a suonare come se fossimo uno solo. Stare sul palco e potersi permettere di cambiare le canzoni suonandole in tempo reale, improvvisare senza bisogno di raccontarsi il perché e il per come è una sensazione unica. Quando siamo sul palco siamo un unico musicista, siamo davvero molto coesi, la cosa bella è quella. Ogni volta le canzoni sono diverse, non riusciamo mai a suonarle uguali. Ci piace andare a testare altrove, sia dal punto di vista del beat, della velocità del pezzo, che da quello della cadenza… Abbiamo circa venti versioni di ogni pezzo, e ogni volta ne troviamo una nuova!”.

E non so nemmeno che giorno è, ma son sicuro che sarà peggio di ieri, canti in Fuochi supplementari. Dove ti vedi, e dove ci vedi tutti, tra dieci anni?
“Boh, qualcuno morto, io no perché sono immortale e vi saluto tutti (ride).
Nel futuro vedremo come sarà, ogni tanto butto là delle piccole profezie, e poi la gente torna indietro e mi dice ‘Cazzo, ci hai preso, è andata esattamente come dicevi tu!’. Quindi devo stare attento a quello che dico!”.

© Nicola Montanari

Le Date Del Tour
17/11 Firenze, Glue
30/11 Roma, Monk
14/12 Milano, Serraglio

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