I Diaframma sull’orlo dell’”Abisso” – XL Repubblica

Abbiamo intervistato il leader della storica band fiorentina per raccontare le paure e le visioni, del passato e del futuro, racchiuse nell’ultimo intenso lavoro discografico dal titolo enigmatico L’abisso. La chiacchierata non poteva che aprirsi con una domanda su una recente notizia di cronaca che lo ha riguardato da vicino.

© Samuell Calvisi

Hai accusato Emanuele Podestà del Supernova Festival di Genova di molestie nei confronti di alcune artiste. Si è mosso qualcosa in senso opposto, tipo una querela?
“Non credo, non ho saputo più nulla. Vedremo cosa hanno intenzione di fare”.

Hai puntato i piedi su una questione di cui evidentemente si parlava già da tempo.
“Sì, si è aperto questo vaso di Pandora, perdona il termine abusatissimo, dopo che ho scritto quei due post che lasciavano intuire che mi riferissi a lui”.

È stato casuale, quindi. Che cosa è accaduto esattamente?
“Sì, mi ha cercato lui. Io sapevo soltanto che era un festival importante, tanto che non pensavo che ci avrebbero mai invitato… Invece, quando mi ha scritto dicendo che voleva far suonare i Diaframma, ho risposto che andava bene e ci siamo accordati per una certa cifra. Appena è stato pubblicizzato l’evento, però, circa mezz’ora dopo, ho ricevuto tre o quattro messaggi di persone che mi raccontavano le peggiori cose su di lui. In particolare, una mia cara amica genovese era stata aggredita per strada mentre era con il suo ragazzo al quale pare che Podestà abbia spento una sigaretta in faccia… cose terrificanti, insomma, roba violenta. Lei mi ha mandato, come prova, la lettera di denuncia del suo avvocato dicendomi: non suonare qui perché è uno stronzo. A quel punto io mi sono mosso subito, anche perché il primo post che ho scritto era molto vago, ma già tutti avevano intuito che avrei suonato a Genova e continuavano a fare allusioni… Quindi immagino la cosa fosse risaputa. Poi sono arrivate le segnalazioni di ragazze che mi hanno scritto in privato dicendomi che avevano subito violenza da lui. Allora ho rincarato la dose e ho scritto il secondo post. Era mio dovere di cittadino. Successivamente è venuto fuori che tutti lo sapevano già. Era il segreto di pulcinella, insomma, e ci voleva qualcuno che lo dicesse apertamente”.

L’abisso è un titolo che può evocare molte immagini, ma tu alludi alla paura di compiere 60 anni. Cosa ti spaventa di più della vecchiaia?
“Tutto. La perdita dei miei cari, e poi tutte le cose connesse, a partire dal decadimento fisico. La vecchiaia fa paura. È una malattia dalla quale non si esce, un abisso… però bisogna affrontarla”.

Nel comunicato stampa dici anche che l’abisso “è quello dove secondo me sta sprofondando l’Occidente, sempre più schiavo e al servizio della tecnologia e del potere economico”.
“È come un treno in corsa che sta per schiantarsi contro il muro. Questo sistema non reggerà a lungo. Ci sono intellettuali che auspicano che si schianti e che crolli, per poter ripartire da zero. Forse sarebbe anche meglio”.

Sì, c’è anche chi dice che si è già schiantato e oggi è emerso un nuovo “continente” digitale, quello di Facebook, Amazon e Google, che ha in qualche modo messo “in ginocchio” sia le multinazionali, che i governi di tutto il mondo. A questo proposito, a cosa ha dovuto arrendersi Federico Fiumani rispetto al progresso tecnologico degli ultimi vent’anni?
“Per limiti miei, sono negato con la tecnologia a livello totale. Compro ancora vinili e libri, faccio una vita alla vecchia maniera, insomma, quindi la tecnologia la uso proprio il minimo indispensabile. Facebook lo uso solo perché non ho un manager, non ho un’etichetta discografica, quindi mi fa comodo per essere facilmente reperibile. I concerti li fisso tramite Facebook, altrimenti farei volentieri a meno anche di quello. Sparirei, diciamo, a tutto vantaggio della vita vera che invece mi interessa molto di più. Confermo che per certi versi la tecnologia ha migliorato la situazione, ma per altri l’ha peggiorata. Secondo me, ad esempio, internet ha danneggiato molto la fruizione della musica; l’ha svilita, le ha tolto valore, perché mette tutti sullo stesso piano. C’è un livellamento verso il basso. Ma soprattutto internet alimenta solo odio, risentimento, perché crea una nuova generazione di sconfitti e invidiosi. Ci si illude che siamo tutti allo stesso livello, ma quando poi ti accorgi che qualcuno ha successo perché è bravo, mentre tu non ne hai, allora diventi invidioso e cattivo. È un’illusione, insomma. Nel mondo dell’arte ci sono quelli bravi e quelli che non valgono niente. Non si può mettere tutto sullo stesso piano”.

E se parlassimo più in generale di rock indipendente? È cambiato l’indie rock, rispetto agli anni ’90?
“Sì, oggi l’indie rock si è molto contaminato con il mainstream. È un ibrido, ormai… prendi ad esempio Calcutta o TheGiornalisti. Indie ormai è un termine un po’ vago che non indica più niente”.

I ragazzi stanno bene, il mio sogno mi appartiene, stanno bene con l’angoscia nelle vene. I ragazzi stanno bene, è finita un’epoca, guardo il tempo evaporare sulla scia di un’etica… come tutto sia finito, io proprio non lo so’. Il testo è tratto da I Ragazzi Stanno Bene, pezzo punk che si apre con un atmosferico pianoforte e dei cori molto velvettiani. Che cosa è finito, esattamente?
“In particolare, in quella canzone mi riferisco al rock perché è una citazione di The Kids Are Alright degli Who, che è del ‘65. Adesso riprendo il titolo, ma dicendo che quel sogno è finito, quindi è un aggiornamento del messaggio degli Who, che l’avevano incarnato ad alti livelli, su come stanno i ragazzi del rock nel 2018. Quest’estate, un’associazione di giovani mi ha invitato a suonare con dei gruppi rock fiorentini e i ragazzi mi hanno chiesto: come mai negli anni ‘80 succedevano tante cose e oggi non succede niente? Questo pezzo è la mia risposta a quella domanda: è finita un’epoca, il rock è morto”.

Negli anni passati, però, hai collaborato spesso con artisti rock più giovani, da Enrico Gabrielli a Gianluca De Rubertis, ad Alessandro Grazian.
“Sì, ma ormai loro non li definirei più nuova scena perché è tutta gente che suonava negli anni ’90 o all’inizio dei 2000. La nuova scena è la trap, i talent show… Parlo di quello che è la musica adesso in Italia. All’estero, invece, seguo artisti come Angel Olsen, Julia Holter, Eyesblood”.

Chi sono i musicisti ospiti in questo nuovo album?
Fabrizio Morganti, che è il batterista di Irene Grandi. Daniele Biagini, che è un vecchio amico tastierista che suonava nei Minox (che fecero un album dal titolo Lazare prodotto da Peter Principle dei Tuxedomoon) e negli anni ’80 fece un album insieme a Steven Brown, Brown Plays Tenco. Le seconde voci sono di Andrea Mastropietro, in arte L’albero, che ha fatto un disco solista che mi è piaciuto moltissimo; con lui siamo entrati in contatto, siamo diventati amici, mi piace molto come canta e gli ho chiesto di fare cori, seconde voci e armonizzazioni. L’album è registrato da Fabrizio Simoncioni che ha registrato l’ultimo dei Litfiba, tutti i dischi dei Negrita, di Ligabue, ha lavorato con Gianna Nannini e ha vissuto sette anni in Messico dove ha anche vinto un Grammy per la musica latina”.

E porterai il disco in giro in tour…
“A gennaio partirà il tour e sono entrate già una quindicina di date, vi aggiornerò via via su Facebook, ma di certo non suoneremo a Genova (ride, ndr)”.

Cosa ti piace di più, scrivere canzoni o suonarle dal vivo?
“Fino ad oggi mi piaceva solo suonare dal vivo, invece nell’ultimo disco mi sono divertito molto, quindi adesso mi interessano di più le fasi di composizione e registrazione, anche perché siccome soffro di sclerosi multipla, mi sa che non potrò più suonare la chitarra, quindi canterò è basta. Forse mi divertirò anche così… Ma sì, dai, avrò meno pensieri per la testa. Come ho scritto, ormai io sono morto e questo è un disco postumo. Non che prima fossi particolarmente vivo… Anche perché diciamo che nel “vero” mondo della musica non ci sono mai entrato, quindi ormai quello che dovevo fare l’ho fatto. Ad esempio, tutti mi chiedono cosa pensi della musica di adesso, no? Beh, io non ho opinioni perché non la seguo: continuo ad amare la musica vecchia e a pensare alla musica alla vecchia maniera. Tanto non sono più i miei tempi, non li capisco, non mi appartengono. Vado per la mia strada, continuo a fare le cose che mi divertono senza preoccuparmi di dove vada la musica. È una cosa che non mi riguarda più”.

Ti capita spesso, quindi, di riscoprire oggi autori dei decenni scorsi?
“Sempre… Il passato continua a emozionarmi: De Andrè, De Gregori, Paolo Conte, Gianfranco Manfredi, Claudio Lolli, Francesco Guccini… mi spiace che non ti faccio fare un bel servizio, perché è tutto volto al passato e invece bisognerebbe vivere nel presente. Ma io sono affezionato a quegli autori là”.

Nel brano Figlio di Dio, ad esempio, la melodia del cantato pare uscita direttamente dalla metà degli anni ’70 e mi è venuto in mente, per l’andamento cantilenante, proprio Gianfranco Manfredi.
“Se dovessi dire un nome direi George Harrison. Forse perché, mentre ho composto quella canzone, lo ascoltavo molto risuonandolo alla chitarra, quindi magari gli ho rubato qualche giro armonico”.

Il basso di Figlio Di Dio è tipico degli anni ’60, mentre le chitarre sembrano dei Marlene Kuntz. Qui bisogna precisare che i Marlene sono stati un po’ gli eredi dei Diaframma. Un brano come Gennaio, ad esempio, potrebbe figurare sull’album Catartica che sarebbe uscito cinque anni dopo.
“Ti ringrazio, anche secondo me. Sentivo i Marlene Kuntz un po’ come i miei eredi. In realtà c’è chi dice che Gennaio assomigli ai pezzi dei Fine Before You Came…”.

In questo album affronti diverse tematiche politiche particolarmente attuali e rilevanti. A partire dall’emigrazione, raccontata in Ellis Island 1901, un brano prog.
“Sì, il testo parla di una persona che emigra in America. Ellis Island era l’isolotto di Manhattan dove attraccavano le navi italiane piene di nostri connazionali che andavano a cercare fortuna oltreoceano”.

Nel testo dici: “Lacrime, soltanto lacrime, per sempre lacrime, ma poi voli e non ci pensi più”. Cosa intendi per volare?
“Volare vuol dire che la vita deve continuare. Ho immaginato un ragazzino che a sedici anni deve emigrare e versa lacrime e dolore. Ma la vita deve continuare e quindi “volare” è una nota ottimista: vuol dire che ti rifarai una vita”.

Passiamo allora dall’ottimismo di questo testo al nichilismo della copertina? Sembra quasi tu voglia sfregiarti la mano con il rasoio…
“La copertina è opera di Samuell Calvisi, che è un ottimo grafico fiorentino che ha lavorato anche con i Marlene Kuntz. È un concept, ma è pensato per il vinile. L’abisso per lui era la pazzia, allora in quella foto io mi sono appena tagliato un orecchio, citando Van Gogh. Nel vinile la copertina in corrispondenza dell’orecchio è bucata, mentre l’orecchio si trova nella busta interna. È un effetto molto carino”.

È più macabro di quanto pensassi allora…
“Sì (ride, ndr), però ha anche un bell’effetto grafico che appare quando metti e togli il disco”.

È sicuramente un’immagine decadente in linea con l’umore dark dei Diaframma.
“Sì, assolutamente”.

Dai Cure a Siouxie, ai Japan di Gentlemen like Polaroids, riesci a spiegarci in che cosa consisteva questa fascinazione per la fotografia che avevano i gruppi new wave degli anni ’80, tanto che avete scelto il nome Diaframma?
“Sì, ci piacevano i toni crepuscolari, i chiaroscuri. Il diaframma ha la capacità di alterare l’intensità della luce che entra nella macchina fotografica e quindi noi ci proponevamo di farlo in musica. C’erano queste atmosfere crepuscolari, lunghe suite strumentali… “.

Restando con lo sguardo rivolto al passato: credi dunque di aver perso per sempre la Leggerezza, come dici nel primo brano omonimo? E quando esattamente l’avresti persa?
“Mah, alla fine non è che da giovani fossimo mai particolarmente leggeri… questa leggerezza è più che altro un concetto, il rimpianto di qualcosa che non c’è più. Potrei citare la canzone Lontano Lontano di Luigi Tenco; è più una malinconia, diciamo”.

Pensi che ci sia spazio per un ritorno della leggerezza in età adulta?
“Penso che ci possa essere un ritorno alla leggerezza e che si possa essere felici anche a 60 anni. Si torna abbastanza bambini anche da vecchi, quindi sì, c’è speranza, nella vecchiaia, di un ritorno alla leggerezza”.

L’inciso di Leggerezza in cui canti con il megafono ha un incedere epico a marcetta e pare uscito da un disco degli Who di fine anni ’60.
“Ok. Io in realtà avevo pensato ai Clash di Sandinista: c’è quel pezzo in cui canta una donna. Beh, io penso a quel pezzo (Hitsville UK, ndr)”.

C’è una componente politica e di attualità anche nel testo, “Cercarsi un lavoro qualunque esso sia… loschi traffici ci svelano la nostra mediocrità…
“Erano più che altro i ricordi del periodo in cui cercavo lavoro e stavo molto male, mentre gli altri sono ricordi dei tempi di scuola, dei tempi in cui eri abituato a copiare i compiti, non eri mai te stesso e l’unica tua realtà era la “scena muta”. Pensavo di me stesso che se non avessi copiato, la mia presenza nel mondo sarebbe stata una “scena muta”. Volevo evocare questo, una persona che non ha voce. Da giovane mi sono sentito così”.

A proposito di quando eri giovane. Hai vissuto gli anni ‘80 e navigato fino ai giorni nostri. Cosa ne pensi del ritorno massiccio di eroina e cocaina negli ultimi anni tra ragazzi sempre più giovani?
“Il fatto, secondo me, è questo: alle nuove generazioni mancano esperienze forti per cui le cercano nella droga o in tante altre cose. Ad esempio, la generazione che ha fatto la seconda guerra mondiale era una generazione nella quale la vita era in pericolo ogni giorno. E ogni giorno che andavi a letto eri felice per il semplice fatto di essere sopravvissuto. Tutte le cose assumono un valore nel momento in cui hai paura di perderle. Quindi quella generazione era talmente forte che una volta che ha conosciuto la pace ha conosciuto la pace vera, meta di reale prosperità. Tutto ciò che è venuto dopo, dal ‘68 in poi, secondo me è stata una finta rivoluzione. Ha cambiato pochissimo e ha formato una generazione smidollata. Siamo andati a finire sempre peggio. Adesso non possiamo più fare la guerra perché sarebbe una guerra atomica e morirebbe l’umanità intera, però viviamo in un’epoca incapace, con un enorme odio sommerso, quindi i problemi non si risolvono mai, se non in modo diplomatico, ma in un modo che non li risolve alla base, cioè al livello dell’odio che esiste tra le popolazioni. Prima almeno la guerra era reale e si basava sul corpo a corpo con i fucili. Adesso la guerra non si può più fare e con il benessere smodato che vive l’occidente non esistono più emozioni forti, quindi i giovani le cercano altrove, perché in questa finta pace che viviamo vengono a mancare. Non c’è più niente per cui emozionarsi. Quindi direi che il ritorno di questi fenomeni è dovuto alla mancanza di valori e di pericoli reali”.

Siamo vittime di una profonda alienazione.
“Appunto, esatto! Ti annoi. Non capisci il significato della vita. Infatti in Africa non si suicida nessuno, mentre le persone si suicidano in Svezia, per il troppo benessere. Non capisci più il valore della vita perché la vita la ami quando hai paura di perderla. Questo si collega anche al discorso per cui sono diventati di moda i jeans strappati che costano duecento euro. Avere i jeans strappati, agli inizi del 900, significava essere straccioni, poveri. Ma nel momento in cui la povertà è stata “estirpata” in occidente, allora le emozioni forti te le devi mettere addosso, le incorpori. Nessuno muore più di fame e allora ti metti i jeans strappati, includi e incorpori gli elementi negativi che non puoi vivere personalmente. È un insulto a chi è veramente povero, in realtà”.

L’impero del Male sembra un pezzo dei R.E.M. dei primi album che alterna la parte punk al ritornello college-pop con coretti anni ’60 per arrivare al rock sudista della parte dilatata e psichedelica. “Son dentro una gabbia e fuori gli squali”: anche questa è politica nei testi? Oppure è solo esistenzialismo?
“Sì, esatto. È più che altro una parte privata, esistenzialista. Comunque sì, mi piacciono i R.E.M. e soprattutto mi sembra di capire che ti è piaciuto molto il disco”.

Assolutamente, anche per la varietà di stili con cui ti metti in gioco. Ma parliamo di Le auto di notte. Le chitarre jingle-jangle del ritornello, di nuovo, mi ricordano i R.E.M. in un altro pezzo malinconicamente solare. È bello il contrasto tra l’ottimismo musicale e il pessimismo dei testi.
“Sì, è una ballata. Il testo è un po’ kafkiano. Parla di paranoia, cioè la paura che monta di queste auto di notte che sbucano fuori all’improvviso. Con la notte le regole saltano, tutti diventano prepotenti e aggressivi, ti fanno capire come finirà il mondo, cioè che se noi ammazziamo tutte le istituzioni, tutte le regole, non rispettiamo più niente, andrà a finire sempre peggio e ci sarà sempre la legge del più stronzo e del più forte”.

Cosa vuol dire quindi la frase “nessuno è buono nelle auto di notte”? “Sono animali cattivi e pericolosi, ti si attaccano dietro sperando che tu cada”. A chi ti riferisci? Al popolo della notte in generale?
“È brutto pensarla così, ma mi pare che le persone di notte, chiuse nell’abitacolo delle loro auto, diano il peggio di sé. Mi sembra di immaginarle mentre tirano fuori gli istinti peggiori. Di notte il traffico è pericoloso, i semafori non funzionano più e ognuno fa come cazzo gli pare: è il caos che stiamo vivendo, mi sembra”.

Troviamo altro pessimismo in Non Posso Separarmi Da Te: “beato chi conosce l’amore e tutte le infinite miserie che tengono insieme l’amore”. Credi dunque che l’amore sia sempre, inevitabilmente, miseria e sofferenza?
“No. Credo che l’amore tra un uomo e una donna sia un’illusione che ci crea la natura perché vuole dei figli; quindi la “cotta”, il grande amore, dura al massimo due o tre anni. Poi, se vuoi continuare, devi necessariamente raggiungere dei compromessi e quindi devi accettare le miserie di certi rapporti, a lungo andare. Devi mettere in cantiere anche questo, se vuoi durare negli anni”.

Ancora una volta le donne sono protagoniste di un album dei Diaframma.
“Sì, anche se devo dire che la media dei pezzi dedicati alle donne era di nove pezzi su undici, quindi forse su questo disco mi sono un po’ calmato”.

Però c’è Fica Power che vale per tre…
“Sì quello è proprio universale. Avevo letto un saggio di Massimo Fini, un giornalista che amo moltissimo, e lui parla spesso di questo “fica power”. La donna può esercitare il suo potere a molti livelli”.

Sembri in realtà anche un po’ sopraffatto da questo potere: “Se lei ha fatto un maleficio a me io non so”. “Fa quello che vuole di me… io posso solo sperare che lei abbia pietà di quest’uomo, di quest’umile lavoratore”.
“È proprio così, te ne accorgi quando ti innamori: subisci il fascino femminile e conosci la Donna, la sua infinita superiorità, il suo enorme potere”.

Parlando di questo attuale momento storico possiamo dire che si stia tornando indietro con i diritti civili, pensiamo ad esempio all’aborto. Quindi Fica Power sì, oggi, ma neanche troppo, in realtà…
“Non sono molto d’accordo. Io auspico un ritorno a dei valori tradizionali. Al di là dei diritti sacrosanti di cui parli, che non sono affatto in discussione, io credo che l’emancipazione femminile, se portata all’esasperazione, stia producendo una sorta di ibrido per cui la donna, nella sua corsa a voler “valere” quanto l’uomo, sta diventando più maschile. Non a caso non nascono più bambini. Nella sua corsa al potere ha rinunciato al suo immenso potere naturale che è quello di procreare. Io auspico un po’ un ritorno alla famiglia tradizionale che è necessaria per formare in modo sano i bambini. Mancano le “guide”, le donne, le madri, i padri, persone a cui ispirarsi… “.

Era di questo avviso anche Emma Goldman, che già all’inizio del secolo scorso ammoniva la donna femminista dicendo che doveva “emanciparsi dall’emancipazione, per essere veramente libera […] La nostra tanto decantata indipendenza è, in fin dei conti, niente altro che un processo di instupidimento e di soffocamento delle tendenze naturali della donna, dei suoi impulsi d’amore e del suo istinto materno”.
“Esatto: l’uomo nella società rappresenta la morte, colui che ci dà le regole e combatte le guerre; la donna invece è caos che genera vita”.

Nell’ultima canzone Luce Del Giorno dici “Luce del giorno appari come una nuova chance. Femmina folle innamorata, fammi apparire le cose come un incanto, tu che puoi farlo con la tua magica energia raccogli i sogni nella notte mia”. È un brano solare con dei meravigliosi coretti “uacciu uari uari”.
“Sì, è il pezzo più ottimista del disco, molto anni ’60. Ogni giorno che inizia si è nuovi a se stessi. Ogni giorno fa di te un essere nuovo. Quindi: “luce del giorno, amami”. È fiducia nel futuro, nella luce del sole”.

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