I Giardini di Mirò tornano con “Different Times”

Per la musica italiana un regalo natalizio anticipato che riporta in cima alle playlist una delle band più importanti della sfera indipendente e non solo. I Giardini di Mirò tornano con Different Times, un lavoro di evoluzione e sperimentazione, che guarda “altrove” con l’occhio fisso in Emilia. Vent’anni di storia racchiuse in tracce fluide e sofisticate. Di seguito l’intervista con Corrado Nuccini che ci ha raccontato di questo ultimo lavoro, del libro e la trasferta cinese che li aspetta…

© Ilaria Magliocchetti Lombi

Ascoltando l’album una curiosità quale è stata l’urgenza che vi ha fatto riunire in studio?
“A dire la verità il gruppo conserva sempre più motivi per stare insieme: siamo nati e cresciuti nello stesso paese, poi i vari eventi della vita ci hanno portato altrove ma siamo comunque persone legate a un percorso comune anche artistico-musicale. Semplicemente tra noi funziona che, ogni tanto, ci ritroviamo con la voglia di suonare… cominciamo a provare e così nasce tutto”.

Beh comunque dopo percorsi paralleli vi siete trovati anche in una sorta di evoluzione possiamo dire, no?
“Sì, suoniamo da tanto tempo. Sia per necessità ma anche per cercare nuovi stimoli ci siamo dedicati a progetti collaterali come quello di Jukka con Max Collini o io con Emidio Clementi. A dir la verità siamo sempre rimasti nell’humus creativo emiliano-bolognese. Sicuramente poi c’è stata un’evoluzione come artisti, una maturità ulteriore che poi abbiamo riportato in questi progetto. E’ spostando gli equilibri che si cresce”.

A proposito di Emilia, l’album dove è stato registrato stavolta?
L’album è stato registrato a Bologna nello studio di Giacomo Fiorenza che è proprietario della 42 Records e nostro primo produttore. Di base noi musicalmente abbiamo sempre registrato vicino casa comunque”.

Del vostro primo ventesimo compleanno uscirà anche un libro giusto?
Sì, esce in questi giorni. Ci è arrivata la richiesta per questa ricorrenza: noi all’inizio eravamo scettici su quanto davvero potesse interessare la nostra storia in forma libro poi in realtà ci siamo resi conto che è stato un piacere ripercorrere la nostra carriera. Abbiamo fatto delle ricostruzioni personali che sono diventate una sorta di collage”.

Oltre ai vostri vent’anni, quest’anno ci sono anche i 10 di Vasco Brondi e il ritorno di Massimo Zamboni… dal punto di vista musicale che epoca sta vivendo l’Emilia?
“L’Emilia è sempre stata una zona musicalmente viva: un motivo che a me piace ricordare è quello tondelliano che immagina da Carpi una via da percorrere per ricongiungersi a Berlino e quindi il resto d’Europa, l’altrove. La nostra intenzione è stata sempre quella di dire “partiamo dall nostra terra per poi andare all’estero con la nostra musica”. I musicisti che citi che sono punte di diamante del nostro panorama musicale anche se ci sono anche molti gruppi che portano un discorso simile al nostro come i Julie’s Haircut ad esempio”.

Tornando all’album si parla della vostra musica come di “rock meditativo”, mi spieghi un pò questa definizione?
Di sicuro è l’ultima cosa che vorremmo fare: la nostra musica è pensata e composta per essere suonata dal vivo. Le nostre sono ballate che non sono ballate. Si può forse comprendere una definizione del genere se messa a paragone con un certo tipo di musica radiofonica: la nostra è di certo più cerebrale ecco, per questo può spingere alla meditazione”.

Sì, anche il fatto che voi mettete al centro essenzialmente la musica e non la parola…
Noi siamo nati a metà anni ‘90 con Giuseppe Camuncoli, oggi affermato fumettista Marvel, come frontman. Quando ha scelto un’altra carriera ci siamo trovati senza cantante ma questo rapporto di forte amicizia ci ha portato a non sostituirlo mai negli anni: piuttosto ci ha portato a cercare altre cose… Jukka ci fece sentire gruppi americani che suonavano senza cantanti e abbiamo iniziato a provare quel tipo di suono. Le prime recensioni dicevano “cinematografici” ma noi non sapevano nemmeno bene cosa volesse dire. Alla fine la nostra atipicità di gruppo cresciuto nel humus post-rock ci ha spinto magari a privilegiare la musica in quanto pura piuttosto alla parola urlata.. “.

Tornando a Different Times, sono epoche diverse rispetto a voi stessi o quello che vi circonda?
Il titolo nasce da un’isipirazione fulminea, una visione. Non vuole essere un’analisi, ma i tempi e le diversità comunque colpiscono molto e creano empatia. In molti ci chiedono cosa significa, noi vorremmo fosse un manifesto di contemporaneità e in questo noi ci vediamo il nostro modo di fare musica che si evolve di continuo.  Anche la copertina che abbiamo scelto ci da questa suggestione”.

Raccontami della copertina infatti…
“La copertina riflette il tema del tempo un pò difficile da rendere nell’immaginario… o vai verso una cover futurista e astratta o verso la fotografia. Noi abbiamo scelto la seconda opzione. Questa immagine è di Simone Mizzotti, un ex allievo della ‘accademia di fotografia di Modena, scattata in Cina. C’è un contrasto anche piuttosto semplice che però fa scattare un senso di drammaticità: almeno in noi ci ha fatto riconoscere l’anima del disco”.

A proposito della Cina come vi state preparando al tour in Oriente?
Non è usuale per noi essere in tour 15 giorni in un altro continente anche se non lo è nella lettura di questo mondo che sta cambiando. Loro penso siano molto ricettivi in questo momento rispetto alle nuove correnti musicali e alla sperimentazione. Diciamo che qui ritorna il punto di cui ti dicevo del partire da Carpi per portare la nostra musica altrove.

Andando sui brani la tracklist è molto fluida con tracce che hanno collaborazioni come le avete scelte?
Noi siamo questo gruppo che nasce con questo vizio primordiale del non avere un cantante. Negli anni abbiamo capito che la nostra musica può intersecarsi con la voce grazie a vari esperimenti purché gli artisti siano in linea con la nostra attitudine ovviamente. Bisogna entrare in un processo creativo comune. Le collaborazioni di questo lavoro sono tutte di un certo livello e si sono sviluppate in piena sintonia. Il nostro scopo non è prendere nomi noti per svoltare il pezzo ma trovare persone in grado di dare un valore aggiunto alla nostra musica”.

© Ilaria Magliocchetti Lombi

In un recente articolo Gino Castaldo proprio su Repubblica, asserisce che ‘Il rock è morto. Le nuove generazioni guardano altrove, anche perché a cercarlo bene di rock buono ne circola, ma gira nei bassifondi delle minoranze, è troppo discreto o troppo estremo per superare la soglia di massa…. Riesce il rock a raccontare quello che siamo, quello che vorremmo essere, riesce a mettere in scena ansie, conflitti e desideri del nostro tempo?’. Sei d’accordo?
Allora quando iniziammo a suonare, ci etichettarono come post-rock quindi il rock era in un certo senso già morto. Credo che tutte le musiche abbiano un periodo d’oro dove gli artisti sono giusti in quel momento lì: questo non significa che non abbiano più senso, tutto lo ha magari grazie a una contaminazione, a una costante evoluzione. Io sono di base comunque sempre fiducioso nel futuro piuttosto che rimpiangere il passato”.

E proprio in passato avete detto che per voi fare i musicisti è un lusso, è ancora così?
È un privilegio! Oggi sono padre di un bambino che hai sentito più volte in sottofondo durante la chiamata.  L’idea di andare in tour in Cina ad esempio per quindici giorni non è facile ma sono sacrifici che si fanno che portano soddisfazione e si fanno con passione”.

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