Marco Müller al Festival del Cinema Europeo di Lecce

Il Festival del Cinema di Lecce, che ha chiuso la sua 20esima edizione lo scorso 13 aprile ha visto moltissimi protagonisti italiani e non salire sul palco del Multisala Massimo per parlare del cinema di oggi e di ieri. Tra i vari protagonisti spiccano sicuramente il regista russo Aleksandr Sokurov e l’attrice italiana Stefania Sandrelli. Tra i nomi importanti di questo festival c’è però anche un presidente della giuria d’eccezione, ovvero Marco Müller, già direttore per 8 anni del Festival del Cinema di Venezia e poi passato a dirigere il Festival di Roma per qualche anno. Müller, tra i massimi esperti del cinema asiatico ci ha voluto dare il suo punto di vista sull’industria cinematografica ed in particolare una visione sui festival di oggi.

Alberto La Monica, direttore del FCE e Marco Müller © Pietro Giannuzzi – FCE

Visto la sua grande esperienza internazionale, l’istituzione “festival” come la vede oggi? Godono ancora di buona salute?
“In questi ultimi anni le cose sono molto cambiate, direi piuttosto che i festival così come possiamo conoscerli ora sono un istituto che ha fatto il suo tempo, non solo da oggi ma già da diversi anni. Il consumo culturale è cambiato tantissimo nella fascia che ha meno di trent’anni e questo sicuramente influisce anche in questo settore. Ma forse sto solo ragionando da vecchio, non dovrei parlare di chi ha meno anni di me!”.

Quale problema stanno vivendo quindi i festival?
“Sono diventati delle vere e proprie playlist: non parlo tanto di chi ha la “playlist” più lunga, quanto piuttosto su chi riesce a tradurre il tutto in punti fermi che oramai sono considerati una forza di attrazione indispensabile per mandare avanti le kermesse di oggi che devono coniugare aspetti molto diversi tra di loro. C’è poi l’aspetto mediatico-comunicativo che influisce molto. Da fabbricante di eventi cinematografici ho sempre guardato al trovare il giusto bilanciamento tra film di richiamo internazionale e altri che magari non troverebbero spazio sui giornali”

Però lei ha fatto diverse scommesse come direttore di festival, rompendo magari certe consuetudini.
“Certamente, posso dire che tra le tante scommesse che mi sento di dire di aver vinto c’è sicuramente quella fatta al Festival di Locarno. Parliamo di una frequentazione media di 7500 spettatori a spettacolo nella Piazza Grande. In quel festival siamo riusciti a dimostrare ai distributori che certe consuetudini si potevano spezzare, che esisteva un gruppo di spettatori giovani e sensibili anche per dei film che nel mercato distributivo non erano poi spendibili. L’esempio più lampante è stato quando abbiamo presentato alla Piazza Grande Speed con Sandra Bullock e Keanu Reeves. Con gli attori presenti sul palco assieme al presidente di giuria, un certo Tarantino si era creata una atmosfera particolare. Vista la risonanza dei nomi, il regista del film successivo, Kiarostami era rimasto addolorato per la collocazione del suo film in seconda serata. “Perché dopo aver visto Speed dovrebbero rimanere a vedere il mio film”, mi chiese. Poi capì che l’azzardo era ragionato. Rimasero in 6000 e mi ringraziò molto, perché non aveva mai visto un numero così alto di spettatori per un suo film. Grazie a questa esperienza di Locarno ho capito che quando si parla di cinema la matematica non deve fare sempre uno più uno uguale a due, ma magari è uguale a due e mezzo. Se vuoi fare una programmazione diversa, evitando di non insistere solo su singoli titol ed inserendo degli ingredienti che cambiano gli ordini competitivi, si può ancora fare. Altro esempio di questo tipo da dove dovevo imparare è sicuramente quando a Venezia c’era la sezione Mezzogiorno – Mezzanotte, una operazione completata dagli spettatori che si ritrovassero ad avere una fame e una curiosità inizialmente forse inaspettata”.

Ci sono altri aspetti da considerare nell’evoluzione dei festival?
“Il problema della proliferazione dei festival è che poi tutto va bene il contrario di tutto: ci ritroviamo troppi frequentatori che pensano di aver già visto tutto. Oltretutto non credo che un festival sia poi il vero scopritore di qualche opera fondamentale e la corsa a chi arriva prima non funziona più. A meno che non ci sia davvero qualcuno che ha voglia di fare ricerca in un certo modo. Le playlist magari fossero decise dai programmatori! La realtà è che i veri padroni sono i venditori. Sono loro che decidono con quali elementi esotici “speziare” il loro catalogo e così si finisce per entrare in logiche perverse. Un esempio è Lav Diaz: il gesto dirompente di premiarlo a Venezia si è già esaurito. Non si parla di qualità dei suoi film, quanto di voler poi insistere sempre e comunque su quel pantheon di registi, perché nelle scelte dei venditori serve una quota definita di registi non occidentali. Proprio per questo mi sento di dire oggi di essere felice di aver abbandonato l’Europa e di lavorare altrove”.

Marco Müller e la Cina: quando ha scelto di cambiare che offerte sono arrivate?
“La prima proposta è stata quella di dirigere il Festival del Cinema di Shanghai. Un onore, ma decisi di rifiutare perché mi sarei trovato in poco tempo a programmare 450 film in 10 giorni. Una scelta che avrebbe di fatto tolto credibilità al mio percorso lavorativo, con la fiducia di registi, produttori e venditori messa in discussione. Poi ti ritrovi uno che litiga con l’altro visto l’accavallarsi di eventi e presentazioni, non poteva funzionare. Sono stato felice di aver scelto la Cina (è direttore artistico del Pingyao Film Festival), dove se un distributore cinese riesce ad impegnarsi per far decollare un determinato titolo fa davvero la differenza, non solo nel paese ma anche per i paesi vicini fino ad arrivare ad un livello globale”.

Uno dei temi che è entrato dirompente nei festival di oggi è la scelta di proiettare produzioni realizzate da piattaforme streaming come può essere Netflix.
“Io sinceramente non vedo tanto la questione se essere contrari o meno. Metterei la questione su come si riesce ad usare nuove piattaforme per sperimentare. Non voglio certo rivendicare nulla, ma ho portato io per la prima volta a Venezia un film prodotto da una piattaforma di questo genere. Parliamo di Mildred Pierce di Todd Haynes prodotta da HBO presentata in Laguna come una proiezione unica. Quando il mio amico Steven Sodeberg mi ha mostrato la serie The Knick, devo dire che me lo sono sparato tutto assieme e ho subito chiamato Steven. Gli ho detto che rimasi molto colpito perché mi sembrava di essere dentro un romanzo russo di 600 pagine, fantastico davvero”.

Nei festival poi si ritrovano ogni tanto film che durano moltissime ore, oltre il limite fisiologico.
“Quando ho portato in sala film lunghissimi come quelli di Béla Tarr a Locarno o di Rivette al festival di Rotterdam penso che siano state operazioni azzeccate. Abbiamo scelto di fare il minor numero di intervalli possibili e durante il film abbiamo distribuito un panino e una bibita. Sono rimasti quasi tutti, devi veri spettatori cosmonauti che accettano volentieri di spararsi quella realtà”.

Tornando alla Cina, che realtà si è trovato davanti?
“Sicuramente una prospettiva di grande sviluppo. Parliamo di una possibile rosa di spettatori enorme. Nell’ottobre 2017 è nata l’alleanza dei cinema d’essai che ad oggi conta circa un centinaio di sale. Il mio amico Jia Zhangke, Leone a Venezia nel 2006, tra i fondatori di questa alleanza mi ha spiegato che questo circuito ha un potenziale di oltre 60 milioni di spettatori. Sono numeri molto importanti che ti fanno capire in prospettiva quale interesse può avere. Oggi siamo già a 5-6 milioni di spettatori, che comunque sono numeri interessanti”.

Però in Cina bisogna fare un lavoro attento, vista anche la censura che sicuramente non aiuta.
“Certamente è qualcosa che esiste e ha un suo modo di esistere e bisogna saperla interpretare. Quando fai un lavoro come il mio bisogna avere una dose di autocensura per capire poi quali siano i film che tu deciderai di difendere fino all’ultimo. Quando scegli un titolo che magari ha una scena di nudo più lunga del consentito scrivo sempre una motivazione accanto, per far capire perché quel titolo ha importanza. Come la violenza, se appare e viene sottolineata bisogna spiegare che anche quella può avere un valore etico. Per ricordare un aneddoto, alla prima edizione del Festival di Pingyao il film di Ficarra e Picone, L’ora legale vinse il premio del pubblico. Probabilmente perché gli spettatori si ritrovarono davanti ad una commedia satirica che racconta determinate cose e se fosse stato un film cinese non avrebbe probabilmente passato la censura. Purtroppo il governo italiano non ha supportato questa vittoria, forse perché non era l’immagine che si voleva dare del nostro paese all’estero”.

In Cina poi la tecnologia è sicuramente molto avanzata se parliamo di piattaforme VOD (Video on demand, tipo Netflix ndr).
“Fino a qualche anno fa sulle piattaforme VOD cinesi si vedeva di tutto, anche per motivazioni extra culturali. Succedeva che i grandi gruppi distributivi arrivavano a Berlino, festival con uno dei mercati più importanti e compravano listini interi. Lo facevano quei gruppi che il loro core business non era il cinema ma piuttosto erano grandi gruppi immobiliari, ma per prestigio poi potevano dire di avere in mano magari il prossimo vincitore di Cannes e questo serviva a far guadagnare in borsa qualche punto percentuale, generando così importanti profitti. Adesso le cose stanno cambiando, perché il Governo Cinese ha deciso di mettere un freno e di chiedere ai distributori di motivare le scelte fatte anche per non vedere poi determinati film magari scomparire nel nulla poiché non interessanti per il business distributivo”.

Come vede invece il problema della pirateria?
“Mi ricordo una volta al Festival del Cinema di Capri, Pascal Vicedomini disse una cosa che fece molto arrabbiare i distributori, parliamo di 16-17 anni fa. In Cina era molto importante che si potesse comprare al negozio sotto casa un film ad esempio di Mario Martone, assieme ai ravioli e al latte di soia e ad un paio di film cinesi. Erano DVD assolutamente pirata, ma in questo modo per 7-8 anni si creò un sottobosco di enciclopedia del cinema mondiale. Invece di ordinare la pizza, telefonavi e chiedevi l’ultimo film uscito in Germania e non parliamo solo di grandi registi, semplicemente bastava che fosse uscito in qualche festival. Gli hacker si attivavano e ti consegnavano il DVD, magari con i sottotitoli in cinese di google translator, ma comunque in ottime condizioni. Conosco almeno 30 registi cinesi che hanno dovuto cambiare casa perché erano pieni di DVD. Oggi invece la pirateria serve paradossalmente a creare domanda e curiosità per un certo film. Sono diventati strumenti stessi per i grandi colossi tipo la Warner. Se si decide di far tornare in auge magari un evergreen e tenuto fuori dalla distribuzione, poi restaurato e ripresentato in sala, la pirateria riesce a ricreare comunque interesse per un titolo fino a farne parlare e generare nuovi spettatori, facendo nascere così delle vere e proprie mode”.

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